Da rifiuto a risorsa: la nuova vita degli scarti agricoli

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Gli scarti non sono rifiuti da smaltire. Sono risorse dalle quali è possibile ricavare nuova ricchezza, 100% bio ed ecosostenibile. Insomma: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E’ questa una delle nuove frontiere della ricerca in campo agroalimentare.

Partiamo sgombrando il campo da equivoci: non stiamo parlando né di utilizzo dello scarto come biomassa per produrre energia, né tanto meno di riciclo. Il concetto del “non si butta via niente” fa un salto di qualità: non si tratta infatti riutilizzare, quanto di sintetizzare qualcosa di completamente nuovo e richiesto dal mercato.

I numeri

Partiamo dai numeri: nel nostro Paese vengono prodotti ogni anno circa 135 mila tonnellate di scarti dalla lavorazione del pomodoro da industria (buccette, semi), 1,5 milioni di tonnellate dall’uva da vino (buccette, semi, graspi), 2,2 milioni di tonnellate di paglia, 0,3 milioni di lolla, 0,1 milioni di pula (bran) dal riso, 0,7 milioni di tonnellate dagli agrumi.

Scarti non solo consistenti, ma in alcuni casi anche “pericolosi”, come nel caso della paglia da riso, particolarmente inquinante. Poiché non si sa cosa farne, gli agricoltori la re-interrano: una pratica che genera 60kg di metano a tonnellata nascosta sotto il suolo.

Anche il siero del latte – nel mondo se ne producono circa 200 milioni di tonnellate – rappresenta un problema, perché contiene moltissimo lattosio, uno zucchero che deve essere trattato prima di essere smaltito. Pensiamo poi alle difficoltà logistiche connesse alla gestione del pane: secondo una ricerca della catena di supermercati Tesco, il 40% degli avanzi nella Gdo è rappresentato da pane e prodotti da forno. Che farne?

Agrumi

La risposta, grazie allo sforzo dei ricercatori, è multiforme. Dagli scarti dell’industria agrumaria, ossia dalle bucce d’arancio, chiamate “pastazzo”, si riescono a ricavare solventi bio, mentre sono stati effettuati tentativi per ottenere materie plastiche e pellicole per alimenti (per i quali si stanno sperimentando anche le bucce dei gamberetti). Una start up di ragazze siciliane ne ha fatto un tessuto per la moda. Le bucce d’arancio, come quelle della mela, contengono inoltre pectine, sostanze tradizionalmente utilizzate come addensanti, per le quali la scienza sta cercando nuovi sbocchi industriali.

Succhi di frutta

All’ultimo Bioenergy di Cremona è stato mostrato un cuscino per la terapia del caldo/freddo (può andare in frigo e in microonde e mantiene a lungo la temperatura) realizzato con un composto di mela essiccata proveniente dagli scarti di lavorazione dei succhi. La mela ha infatti la capacità di mantenere a lungo la temperatura. Il cuscino presenta un esterno in feltro, un involucro interno di cotone o lino e un cuore di mela.

Riso, pomodoro, uva, caffè

Dai residui di lavorazione del riso, del pomodoro e dell’uva si ottiene invece olio vegetale, sempre più richiesto dall’industria per scopi energetici e non solo. Sempre a Cremona è stato presentato il biopannolino, un pannolino green che una volta usato può essere usato come compost o per produrre biometano. Il pomodoro è invece uno degli ingredienti delle biogomme, gomme prodotte con matrice siliconica e con particelle ottenute da amido o da scarti di pomodoro, origano, tè o caffè.

Quest’ultimo è stato utilizzato anche per realizzare un tessuto per trasportare o conservare gli alimenti (borse per la spesa), che assorbe gli odori e filtra i raggi UV.

Latte

Per il siero del latte sono in studio diverse soluzioni: in primo luogo si sta sperimentando la possibilità di trasformare il lattosio in sorbitolo (noto dolcificante) e in dulcitolo, sostanza ancora poco conosciuta, ma che potrebbe essere valorizzata nell’industria alimentare. Entrambi potrebbero inoltre essere destinati alla produzione di prodotti bio-plastici.

Pane

Infine il pane: gli avanzi possono essere utilizzati per ricavare acido polilattolico, polimero dal quale si ricavano pellicole biodegradabili, sacchette di bio-plastica, materiali medici e sieri cosmetici.

Insomma, le possibilità sembrano essere numerose. Ora sta alla società e al legislatore fare in modo che si trasformino in opportunità economiche.

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