La leggenda del cibo 100% made in Italy

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Quando si dice “non siamo un Paese che deve puntare sulla quantità delle produzioni, ma sulla qualità” e allo stesso tempo si chiede cibo 100% italiano, stracciandosi le vesti di fronte alle materie prime che arrivano dall’estero (peggio mi sento se da Paesi non particolarmente “affidabili”, come la Russia o la Turchia), c’è qualcosa che non torna.

Perché non è con il fagiolino Dop di qualche sparuto comune italiano o con qualche altro prodotto di nicchia della nostra terra che si rende grande il made in Italy nel mondo. A dispetto della visione romantica che permea il settore, sono proprio le maldigerite commodities (grano, mais, latte, etc) che contribuiscono a fare il nostro agroalimentare quello che è. Pensateci: qual è il primo prodotto che vi viene in mente quando pensate alla cucina italiana? La pizza? La pasta? L’olio? I formaggi? I prosciutti? Bene, per produrre queste delizie servono materie prime di base, ossia grano, olive, mais (per dar da mangiare agli animali). Materie prime che non abbiamo più.

Attualmente la produzione nazionale copre l’80-85% del fabbisogno interno, con punte negative del 33% per lo zucchero, del 64% per il latte, del 73% per i cereali e l’olio d’oliva. Fa impressione ricordare che all’inizio degli anni ’90 eravamo quasi autosufficienti (circa 95%).

Non basta: lo scorso anno abbiamo esportato più di 37 miliardi di euro di cibo e vino, un record per l’Italia. Ma raramente si ricorda che importiamo ben di più (nel 2015 più di 41 miliardi) e che la nostra bilancia commerciale è, praticamente da sempre, in rosso. La colpa? Dell’agricoltura, ovviamente. Perché la verità è che siamo un grande Paese trasformatore, ma ci stiamo trasformando in un piccolo Paese produttore.

Tutto questo si traduce in 2 problemi: 1) non è materialmente possibile produrre pasta, olio, formaggi e prosciutti 100% made in Italy; 2) siamo sempre più vulnerabili di fronte alle oscillazioni dei mercati internazionali. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: senza voler tornare a vagheggiare l’autarchia a tavola in un mondo ormai globalizzato, bisognerebbe prendere dei provvedimenti se non altro per difendere quello che ci è rimasto.

La battaglia del grano

L’ultima vittima di questa situazione è il grano. Sono usciti diversi articoli in questi giorni sulla “battaglia del grano” che vede contrapposti agricoltori e trasformatori. Il problema? Le quotazioni da fame (il prezzo del grano duro è sceso di quasi un terzo rispetto allo scorso anno), legate soprattutto ad una sovrabbondante produzione internazionale.

Ricordo che nel 2015 circa il 50% del grano tenero e il 40% del grano duro usati dalle nostre industrie era di provenienza estera.

A Foggia, mercato di riferimento per il grano al Sud, un quintale di duro (100 kg) viene quotato 19 euro. A Bologna 26. E’ chiaro che i conti non tornano, né per l’agricoltore, né per il consumatore, che magari al ristorante paga 20 euro per due piatti di pasta. Le stime delle associazioni agricole parlano di rincari, dal campo alla tavola, del 1450% per il pane e del 400% per la pasta.

Con questi prezzi non conviene neanche produrre. Il rischio dunque è che si coltivi sempre meno, si ingigantisca la nostra dipendenza dall’estero, con conseguenze negative non solo per l’agricoltura, ma alla lunga anche per la trasformazione.

Come se ne esce?

Certamente non esiste una risposta semplice. Il Ministero delle Politiche Agricole ha avviato una “cabina di regia” sul grano duro per incentivare accordi di filiera (circa 300 milioni di euro a disposizione), gli unici che possono garantire al produttore almeno un barlume di certezza sul prezzo che gli verrà riconosciuto. E poi forse bisognerebbe sviluppare strumenti che consentano di garantire maggiore trasparenza nella formazione del prezzo e sulla provenienza della materia prima.

Ma soprattutto bisognerebbe aiutare l’agricoltore a produrre di più, a produrre quello che serve, e a farlo meglio, perché tante volte il prodotto che viene dall’estero è persino migliore (nel caso del grano duro i trasformatori dicono che i grani esteri hanno un maggiore contenuto di proteine). Altrimenti continueremo a stracciarci le vesti per un made in Italy che diventa sempre più solo immaginario.

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