Brexit: cosa cambia a tavola

Probabilmente non è il motivo che vi ha tenuti svegli stanotte e, tra le tante incognite che ora si profilano all’orizzonte, con le borse che stanno colando a picco e la paura che il disegno europeo finisca frantumato dalle spinte nazionaliste, non sarà neanche una delle priorità delle istituzioni europee.

Eppure non è una questione del tutto marginale e certamente non può esserlo per un blog che si occupa di agroalimentare.

La domanda è: e adesso, con la scelta della Gran Bretagna di divorziare dall’Unione Europea, cosa cambia per il mondo del cibo? Quali ripercussioni potranno esserci per le imprese italiane? E gli agricoltori inglesi, che pure sembra abbiano votato per la Brexit, avranno fatto un buon affare?

Chiaramente è presto per tirare delle conclusioni. Il processo di uscita, che potrebbe durare persino un decennio, è ancora tutto da definire. Eppure qualche dato su cui riflettere a caldo esiste già.

Export agroalimentare made in Italy in GB

La Gran Bretagna è a livello europeo il secondo mercato di destinazione del cibo e vino italiano dopo la Germania; a livello globale è il quarto.

Lo scorso anno abbiamo esportato più di 2,8 miliardi di prodotti alimentari, il 56,4% in più rispetto al 2007. La cifra sale a oltre 3,2 miliardi se si considerano anche i prodotti agricoli, con frutta e verdura, vino e spumanti e formaggi in testa.

Rischi per le imprese italiane

Le istituzioni provano a rassicurare e anche le organizzazioni di categoria vogliono rilasciare dichiarazioni tranquillizzanti. Dal commissario europeo all’agricoltura, Phil Hogan, all’europarlamentare ed ex ministro dell’Agricoltura, Paolo De Castro, alle organizzazioni agricole a Federalimentare, la posizione è: ad avere la peggio saranno loro (i britannici).

Tutti concordi nell’escludere l’eventualità di dazi, anche se bisognerà negoziare un accordo commerciale visto che la Gran Bretagna diventerà Paese extracomunitario. Tra i nodi più cruciali per l’Italia il riconoscimento delle denominazioni di origine (Dop, Igp) che hanno valenza europea. Se ne sta faticosamente discutendo con gli Stati Uniti per l’accordo di libero scambio UE-USA, ora bisognerà anche puntare su un tavolo che non avremmo voluto aggiungere. Nel breve e medio termine è inoltre possibile che la svalutazione della sterlina e una eventuale contrazione del PIL possano assottigliare le importazioni.

Agricoltura inglese

La tanto vituperata PAC non sembra essere stata così ingenerosa verso il Regno Unito: secondo la Coldiretti gli inglesi avrebbero ricevuto il 7% dei fondi agricoli europei, posizionandosi tra i sesti maggiori beneficiari, pur trovandosi al tredicesimo posto come numero di aziende agricole. L’Unione Europea consente inoltre di esportare e importare prodotti agricoli senza burocrazia da molti Paesi, grazie ai 53 accordi commerciali esistenti.

Arrivando al sodo e facendo banalmente i conti in tasca, il Commissario europeo Hogan ha stimato una politica agricola britannica di 2 miliardi di sterline l’anno, un terzo in meno rispetto ai 3 miliardi ricevuti quest’anno dall’Europa.

Le sovvenzioni comunitarie, attraverso i pagamenti diretti alle aziende agricole, costituiscono attualmente il 54% del reddito degli agricoltori britannici. Senza contare che l’Ue è il mercato di sbocco principale (62% export agricolo).

Proprio per queste ragioni il sindacato degli agricoltori inglesi (National Farmers Union), così come il Dipartimento dell’Agricoltura e dell’Ambiente, si erano schierati a favore della permanenza in Europa, posizione non condivisa dal ministro dell’Agricoltura, George Eustice.

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