60 miliardi: il falso cibo italiano vale il doppio dell’export

Cosa accomuna l’eccellenza e il prestigio della buona tavola italiana con la piaga della corruzione? Semplice: una sostanziosa fetta del fatturato. Secondo recenti dati del Governo, il giro d’affari internazionale di prodotti enogastronomici falsi made in Italy è pari al costo del malaffare nel nostro Paese, ovvero circa 60 miliardi di euro. Una cifra cresciuta negli ultimi dieci anni del 180% e che rappresenta poco meno del doppio di quanto le nostre imprese siano attualmente in grado di esportare.

Mentre infatti, e giustamente, celebriamo il traguardo di 36,8 miliardi di euro di esportazioni enogastronomiche (record assoluto, +76% in 10 anni) e prevediamo di raggiungere quota 50 miliardi entro il 2020, nel mondo si mangia molto più cibo italiano immaginario che originale. Per comprendere la portata del fenomeno basta una semplice considerazione: all’estero, su tre alimenti consumati che richiamano l’Italia (nel nome, nell’etichetta, nella bandierina sulla confezione), solo uno proviene realmente dalla nostra Penisola. È un po’ come se il 60% e più delle Ferrari che circolano sulle strade del pianeta fossero “tarocche”.

Il fenomeno dell’Italian Sounding si estende a macchia di leopardo in tutti i continenti, Europa compresa, ma raggiunge l’apice nel Nord America, patria del Parmesan e del Parma Salami, dove il 97% dei sughi per la pasta, il 94% delle conserve, il 76% dei pomodori in scatola, il 15% dei formaggi (dati Coldiretti) sono pure imitazioni e dove appena un prodotto su otto venduto come made in Italy è realmente italiano. Nel complesso nel continente americano il nostro falso cibo fattura 27 miliardi di euro, mentre in Ue si scende a 22 miliardi.

Che fare? Come affrontare il problema?

Per quanto riguarda le risposte, sono due le principali correnti di pensiero: la prima, più intransigente, sostiene la necessità di denunciare e perseguire le imitazioni, puntando sulla tutela del marchio e sulla indicazione di origine in etichetta. Una strada non facilmente percorribile, specialmente al di là del confine europeo, dove le regole sul commercio e sulla registrazione dei brand non sono allineate alle nostre. La seconda ha invece uno stampo meno repressivo e si basa sull’idea che viene imitato ciò che piace e si desidera. Il mondo ha fame d’Italia, una fame che spesso viene saziata con imitazioni: sta alla capacità del sistema imprenditoriale, con il supporto delle istituzioni, cercare di riempire il mercato con prodotti originali.

Ma quanto siamo in grado di crescere all’estero?

Secondo un recente rapporto realizzato da Nomisma per Agrinsieme (sigla che riunisce le rappresentanze agricole Confagricoltura e Cia e il sistema cooperativo agroalimentare), c’è un enorme potenziale di crescita sui mercati internazionali, ma la forza del brand made in Italy non è supportata da un sistema di produzione e distribuzione abbastanza solido. Detto in altre parole: la colpa è soprattutto nostra, che non siamo in grado di organizzarci, di fare massa critica e di vendere. Del resto sarebbe difficile spiegare altrimenti come la Germania, non certo rinomata come la patria della buona tavola, esporti circa il doppio di noi in campo agroalimentare. Non meno significativo il fatto che la pur evidente crescita dell’export italiano negli ultimi dieci anni non sia stata accompagnata da una parallela crescita della nostra quota di mercato nel mondo.

Ma non c’è solo il problema estero.

Fino a qui abbiamo parlato di Italian Sounding in terra straniera, ma esiste anche un grave problema di legalità e trasparenza sul nostro suolo. Non è infatti necessario recarsi all’estero per gustare prodotti enogastronomici finti made in Italy o peggio contraffatti o ancora figli del mercato del contrabbando. Le piaghe del falso, dell’adulterazione e dell’illegalità in campo agroalimentare non conoscono crisi e, secondo dati Confagricoltura-Fondazione Open, sottraggono ogni anno al mercato legale una cifra che si aggira intorno ai 4 miliardi di euro e che continua a crescere ogni anno. Basti pensare che la contraffazione domestica di prodotti enogastronomici è seconda solo a quella dell’abbigliamento e del commercio di film/video pirata.

In questo contesto bisogna però distinguere due aspetti, anche se spesso il confine che li separa è piuttosto labile: da un lato le contraffazioni sul prodotto operate dalle singole aziende, come ad esempio le frodi commerciali sull’origine della materia prima; da un lato l’attività criminale in senso lato, che ha portato il mondo dell’informazione a coniare il termine agromafia.

Mafia SPA a tavola.

Dopo le borsette e gli abiti firmati, la Mafia Spa ha puntato gli occhi su un altro pezzo pregiato della nostra economia, l’agroalimentare. Secondo l’ultimo Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, elaborato da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura, il business della criminalità organizzata in questo campo avrebbe superato i 16 miliardi di euro. Ciò che colpisce nell’analisi è che non sembra esserci passaggio della filiera, né territorio completamente immune ai tentacoli criminali: si va dai terreni (a volte usati anche come discariche illegali) alla ristorazione, passando per il caporalato e lo sfruttamento delle persone, i trasporti, la distribuzione. La presenza mafiosa è pervasiva nel Mezzogiorno, ma anche nel Centro (in particolare Abruzzo, Umbria, alcune zone delle Marche, Grossetano e Lazio, in particolar modo a Latina e Frosinone) e nel Settentrione (Piemonte, Alto lombardo, provincia di Venezia e province romagnole lungo la Via Emilia).

Fidarsi o non fidarsi?

Se da un lato non si può far finta che il fenomeno non esista, dall’altro è bene non abbandonarsi ad una forma di scetticismo ed allarmismo diffuso. Perché l’eccellenza italiana nel settore agroalimentare riguarda anche la frequenza e la qualità delle indagini: nel 2015, grazie alle operazioni delle forze dell’ordine – Ispettorato repressione frodi (ICQRF), Nuclei Antifrodi Carabinieri/Comando Carabinieri politiche agricole e alimentari (NAC), Corpo forestale dello Stato e Capitanerie di Porto-Guardia Costiera – sono stati effettuati oltre 107mila controlli ed emesse più di 10 mila sanzioni per un valore complessivo di 81 milioni di euro di sequestri.

Andrebbe infine considerato il fatto che l’interesse del crimine sul settore, così come la forte diffusione delle imitazioni all’estero, se da un lato obbligano alla reazione, dall’altro dovrebbero contribuire a riflettere e mettere in campo strumenti per tutelare, sostenere e garantire la giusta considerazione ad un gioiello della nostra economia che tutto il mondo ci invidia e ci copia.

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