Latte: ok il prezzo è (in)giusto

Un allevatore italiano paga in media 3,34 centesimi per produrre 1 litro di latte.

No, non è un errore battitura: attualmente, con le quotazioni del latte crollate intorno ai 33 (in alcuni casi addirittura 32) centesimi al litro il produttore ci rimette. I costi di produzione, in media sui 35-36 centesimi al litro, sono più alti del prezzo di vendita. Per questo per ogni litro di latte uscito dalla stalla il produttore perde soldi.

Basta questo dato per spiegare la valanga di proteste e manifestazioni degli allevatori in mezza Italia, l’ultima in ordine di tempo proprio oggi a Milano, organizzata dalla Coldiretti, in occasione del Milk World Day della FAO.

Reddito crollato

Dati alla mano (fonte Confagricoltura), il reddito lordo per gli allevamenti da latte, escluso di contributi europei e altre agevolazioni, si è ridotto del 116% nel 2015 e del 139% nel primo bimestre del 2016 rispetto alla media dei redditi 2011-15. Questo significa che, se le aziende dovessero contare solo sulle proprie gambe (nessun aiuto pubblico), sarebbero già tutte fallite.

Stalle chiuse

In realtà, a dispetto dei sostegni, poco ci manca: la Coldiretti afferma che in 10 anni (2005-2015) il numero di stalle italiane si è praticamente dimezzato, passando da 60 mila a 33 mila circa. E’ chiaro che da soli i numeri non dicono tutto, perché in 10 anni l’agricoltura italiana è cambiata profondamente: le aziende stanno (finalmente) crescendo e i piccoli, piano piano, scompaiono o almeno diminuiscono. Ma, a dispetto di questa evoluzione, le prospettive per il futuro non sono affatto buone.

Fine quote

Perché alla radice del problema vi è, almeno in parte, la spinosa questione delle quote latte. Criticate per tanti anni, fonti di guai giudiziari, multe e proteste, da pochi mesi a questa parte le vecchie quote sono andate definitivamente in pensione. Sostituite da….nulla!?! Come a dire: cari allevatori, ora siamo nelle mani del mercato (un mercato, almeno a livello interno, in cui i consumi di latte e derivati sono in continua diminuzione). La prima conseguenza di questa deregolamentazione è stato ovviamente un aumento della produzione con ulteriore crollo dei prezzi.

Tutta l’Europa protesta

Questa situazione non sta mettendo in ginocchio solo gli allevatori italiani. Tutta l’Europa, Germania in testa (prima produttrice europea di latte), sta soffrendo la crisi e chiede interventi strutturali per regolamentare l’offerta.

Cosa ha fatto l’Italia

Il problema è dunque più che altro di matrice europea e in tale sede andrebbe risolto. Nel frattempo il nostro Paese ha messo in piedi una serie di misure di sostegno straordinarie per cercare di arginare temporaneamente l’emorragia.

Il piano del Ministero delle Politiche Agricole prevede un investimento di 120 milioni di euro. Ad oggi:

  • sono stati stanziati 32 milioni per l’aumento della compensazione Iva al 10% per il latte venduto alla stalla
  • è stato attivato il fondo latte per ristrutturare i debiti e potenziare la moratoria dei mutui bancari ottenuta con Abi
  • sono stati utilizzati 25 milioni per il sostegno diretto agli allevatori e 10 milioni sono investiti per l’acquisto di latte crudo da trasformare in Uht e destinare agli indigenti.
Origine in etichetta

L’Italia chiede inoltre di estendere l’indicazione di origine in etichetta a tutti i prodotti lattiero caseari (proprio oggi Renzi ha annunciato di aver firmato e inviato il decreto all’Ue). Attualmente è obbligatorio indicare l’origine del prodotto solo per il latte fresco e per i formaggi DOP.

E così ogni anno importiamo circa 8 milioni di tonnellate di latte e derivati, a fronte di una produzione nazionale di 11,7 milioni e di una esportazione di 4 milioni.

C’è chi chiede allora l’autarchia, o almeno la trasparenza in etichetta, sostenendo che le importazioni a basso costo dall’estero siano la prima fonte di crisi degli allevamenti italiani.

Ma è davvero così?

100% made in Italy si può?

Anzitutto sfatiamo il mito 100% made in Italy: la produzione nazionale non copre il nostro fabbisogno, stimato in circa 15 milioni di tonnellate.

In secondo luogo, se tutti chiudessero le frontiere ai prodotti stranieri, probabilmente i primi a rimetterci saremmo noi. Un po’ perché non avremmo materie prime a sufficienza, un po’ perché in questi anni è stato proprio l’export a salvarci dal tracollo.

Infine una piccola considerazione personale.

Perché il nostro latte dovrebbe essere il migliore?

Ma perché il latte europeo viene pagato meno di quello italiano (in media, rispetto alla Germania e alla Francia circa 5 centesimi)? E’ davvero un problema di qualità? Onestamente non riesco a capire perché il latte francese  o quello tedesco dovrebbero essere sensibilmente meno buoni del nostro e immagino che un cittadino francese o un cittadino tedesco possano fare le nostre stesse considerazioni: voglio il mio latte, il mio è migliore! E’ una questione di campanilismo, sentimentalismo e nazionalismo che non sempre aiuta a risolvere i problemi.

Decreto Latte – Fonte Mipaaf

Ecco lo schema di decreto che introduce l’indicazione obbligatoria dell’origine per i prodotti lattiero caseari in Italia. Lo schema è stato inviato per la prima verifica a Bruxelles, avviando così l’iter autorizzativo previsto a livello europeo.

Cosa prevede:

il latte o i suoi derivati dovranno avere obbligatoriamente indicata l’origine della materia prima in etichetta con le seguenti diciture:
a)     “Paese di mungitura: nome del paese nel quale è stato munto il latte”;
b)     “Paese di confezionamento: nome del paese in cui il prodotto è stato confezionato”
c)     “Paese di trasformazione: nome del paese nel quale è stato trasformato il latte”;
Qualora il latte o il latte utilizzato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari, sia stato munto, confezionato e trasformato, nello stesso paese, l’indicazione di origine può essere assolta con l’utilizzo di una sola dicitura: ad esempio “ORIGINE DEL LATTE: ITALIA”.
In ogni caso sarà obbligatorio indicare espressamente il paese di mungitura del latte.
Se le fasi di confezionamento e trasformazione avvengono nel territorio di più paesi, diversi dall’Italia, possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture:
origine del latte: Paesi UE
origine del latte: Paesi NON UE
origine del latte: Paesi UE E NON UE.
Sono esclusi solo i prodotti Dop e Igp che hanno già disciplinari relativi anche all’origine e il latte fresco già tracciato.

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