La rivoluzione biotech: dai farmaci ai carburanti ai cibi nutraceutici

Cosa accomuna un test di gravidanza, il vecchio scandalo delle “mozzarelle blu” (ve lo ricordate?), i biocarburanti, le plastiche ecologiche, i cibi “nutraceutici” e persino le pasticche delle lavastoviglie?

Semplice: le biotecnologie. Tutti questi prodotti (ad eccezione delle mozzarelle blu, per fortuna! In quel caso si trattava della diagnosi del fenomeno) sono il risultato dell’applicazione di tecnologie basate sulla biologia.

Un settore vastissimo, economicamente rilevante, a volte guardato con soggezione, rispetto, speranza quasi religiosa (nel caso della medicina), a volte con estremo sospetto, se non totale disapprovazione (nel caso delle applicazioni agricole, come gli indigesti OGM).

Un settore che sta spiccando il volo e apre inedite opportunità di crescita per l’agricoltura, l’industria, la sanità.

Se ne è parlato ieri a Milano nel corso della presentazione di un Rapporto – ”Le imprese di biotecnologie in Italia – Facts & Figures’- curato da Assobiotec (l’associazione che riunisce le imprese biotecnologiche) e Enea.

Partiamo con un po’ di numeri

Nel 2015 in Italia, secondo il documento, operano 500 imprese biotech, che generano un fatturato globale superiore a 9,4 miliardi di euro, investono 1,8 miliardi l’anno in ricerca e impiegano 9.200 addetti, il 73% dei quali laureati.

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Numeri in crescita dal 2000, che dovrebbero ulteriormente salire nel brevissimo termine: le previsioni stimano un aumento del giro d’affari del 12,7% nel 2017 e del 18,1% nel 2019.

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Tutto bene allora?

Non proprio. Il nostro tallone d’Achille, anche nel caso del biotech, è la dimensione piccola se non microscopica d’impresa. Il 75% delle aziende è micro (meno di 10 addetti) e si tratta in molti casi di spin off delle università che non sempre riescono a sopravvivere o a spiccare il volo. Più della metà del totale si è autofinanziata e appena il 4% ha potuto accedere a finanziamenti in Venture Capital. Va considerato inoltre che le imprese a capitale estero sono solo il 14% del totale, ma pesano per il 78% del fatturato.

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L’imperativo è dunque crescere e cercare di attrarre qualche investitore straniero (leve fiscali) che creda nelle nostre capacità (che non mancano). La posta in gioco è significativa.

Settori e nuove frontiere

Il motore trainante del biotech italiano rimane la salute (RED biotech): in questo campo operano il 53% delle imprese, per un fatturato di 7,1 miliardi di euro e investimenti pari a 1,4 miliardi di euro. Tra le eccellenza del red biotech italiano vi sono due segmenti particolarmente delicati: i farmaci orfani (la nostra ricerca accademica vanta il maggior numero di pubblicazioni scientifiche in materia di malattie rare); le terapie avanzate (il primo prodotto di terapia avanzata approvato nel mondo occidentale è un farmaco a base di cellule staminali sviluppato da un’azienda italiana). Nell’immediato futuro si ripongono particolari aspettative nei confronti della cosiddetta medicina personalizzata, ossia nello sviluppo di approcci terapeutici sempre più mirati e selettivi nei confronti del singolo paziente.

La riconversione dell’industria – il White biotech

Se il red è e continuerà ad essere il nucleo centrale del biotech, è nel cosiddetto settore “white”, l’industriale (attualmente vale 1,6 miliardi), che si ripongono le maggiori aspettative di crescita nel lungo periodo e che potrebbero aprire nuove opportunità anche per il settore agricolo.

Di cosa si tratta?

Essenzialmente di due cose: depurazione (acqua, ambiente) e trasformazione delle biomasse vegetali (da scarti a risorse) con applicazioni che vanno dalla chimica alla farmaceutica, dall’industria della moda alla cosmetica. Si possono produrre carburanti, lubrificanti, colori, solventi, detergenti, fitofarmaci, plastiche, fibre per gli abiti a partire da materiale biologico.

In Italia esistono già diverse realtà, più o meno sviluppate, che operano in questo campo.

Ecco alcuni esempi, a partire dalle grandi aziende.

Carlsberg sta sviluppando una bottiglia in fibra di legno per abbattere l’impatto del trasporto, Granarolo sta investendo sulla valorizzazione del siero del latte in chiave alimentare ed energetica, Inalca per la produzione di collagene a partire dalle ossa, Eridiana (Gruppo Maccaferri) per la produzione di bioplastiche da sottoprodotti dello zucchero e del biodiesel.

Per proseguire con alcune start up

HTC Bio Innovation è una start up rencentemente inserita nell’accelleratore Alimenta2Talent. L’azienda sfrutta una tecnologia di semplice implementazione, innovativa e sostenibile, per trasformare substrati vegetali di scarto, quali i sottoprodotti dell’industria alimentare, in un materiale ammendante (Greenpeat), che migliora la crescita delle piante e riduce l’uso di fertilizzanti chimici e acqua. Sempre da Alimenta arriva Mycoplast, start-up fondata nel 2015 con l’obiettivo di sviluppare e commercializzare una tecnologia per la produzione su scala industriale di biomateriali innovativi prodotti a partire da micelio (funghi) e scarti provenienti da filiere agro-industriali. Tali biomateriali possono essere utilizzati per la bioedilizia o il packaging.

Agrobiotech, impresa siciliana, sviluppa invece bioplastiche e biotensioattivi ecosostenibili a partire da rifiuti agricoli e industriali grazie al lavoro di batteri naturali estratti dal terreno. La materia prima di partenza è essenzialmente il glicerolo, sottoprodotto della produzione di biodiesel. I materiali ottenuti dal processo dovrebbero essere utilizzati per lo sviluppo di pellicole e per il controllo sanitario in agricoltura. L’azienda è attualmente in trattativa con investitori stranieri.

Biosensing Technologies arriva invece dal Lazio e promette di garantire un monitoraggio continuo e automatizzato delle acque. Il progetto si basa su bionsensori in grado di rilevare, in maniera veloce e completamente automatica, la presenza di coliformi .

Orange Fiber è  start up, oramai di successo, fondata da due giovani siciliane, che sono riuscite a ricavare dagli scarti dell’industria agrumicola (oltre 700 mila tonnellate l’anno) tessuti eco-sostenibili, con proprietà cosmetiche.

E concludere con le principali linee di studio della ricerca pubblica

Dagli scarti dell’industria agrumaria, ossia dalle bucce d’arancio, si è riusciti a ricavare solventi bio, mentre sono stati effettuati tentativi per ottenere materie plastiche. Le bucce d’arancio, come quelle della mela, contengono inoltre pectine, sostanze tradizionalmente utilizzate come addensanti, per le quali la scienza sta cercando nuovi sbocchi industriali.

Dai residui di lavorazione del riso, del pomodoro e dell’uva si ottiene invece olio vegetale, sempre più richiesto dall’industria per scopi energetici. Per il siero del latte sono in studio diverse soluzioni: in primo luogo si sta sperimentando la possibilità di trasformare il lattosio in sorbitolo (noto dolcificante) e in dulcitolo, sostanza ancora poco conosciuta, ma che potrebbe essere valorizzata nell’industria alimentare. Entrambi potrebbero inoltre essere destinati alla produzione di prodotti bio-plastici. Infine il pane: gli avanzi possono essere utilizzati per ricavare acido polilattolico, polimero dal quale si ricavano pellicole biodegradabili, sacchette di bio-plastica, materiali medici e sieri cosmetici.

E il “Green Biotech“?

Anche in questo campo le potenzialità  e le sfide sono immense. Purtroppo nel nostro Paese esistono ostacoli legislativi e culturali che ostacolano l’adozione delle biotecnologie in campo. Ne parlerò in un prossimo post.

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