Il cibo fa gola alle banche: torna il credito specializzato?

La terra ha i suoi tempi, a volte i suoi malumori, è soggetta alle incertezze del meteo, è scossa dalle turbolenze del mercato. Fare impresa in agricoltura non è la stessa identica cosa che fare impresa in qualsiasi altro settore. Eppure sempre di impresa si tratta: per essere alimentata ha bisogno, come ogni altra attività, di soldi.

Per questo un tempo erano nate banche specializzate, che avevano la loro forza nella territorialità e nella presenza di “tecnici” in grado di valutare le esigenze del settore. Questa specializzazione ha avuto due conseguenze, una positiva, una negativa: da un lato l’agricoltura e le sue aziende sono state aiutate e in qualche modo “protette”; il rovescio della medaglia è che questa protezione ha alimentato un certo distacco dalle altre imprese, soprattutto in termini di organizzazione e di standard richiesti per accedere al credito. Un handicap che si è fatto sentire, dolorosamente, quando i bancari agricoli sono piano piano scomparsi.

Oggi però qualcosa sta cambiando.

I due principali istituti di credito italiani, Intesa Sanpaolo e Unicredit, hanno lanciato nei mesi scorsi due progetti dedicati all’agroalimentare (e sostenuti dal Ministero delle Politiche Agricole e dal Governo) piuttosto simili: le due banche hanno messo a disposizione un plafond da 6 miliardi di euro dedicati al cibo più altri strumenti per “professionalizzare” gli imprenditori e avvicinarli al mondo del credito.

Obiettivo dichiarato da entrambe: diventare l’istituto di riferimento del settore.

Come? E poi: perché lo fanno?

Andiamo con ordine e cerchiamo intanto di capire quali sono gli strumenti messi a disposizione.

Intesa Sanpaolo – Diamo credito all’agroalimentare

  • plafond di credito da 6 miliardi di in 3 anni
  • struttura operativa ad hoc con 55 esperti marketing, 400 filiali a vocazione e 45 specialisti (attiva dal primo gennaio)
  • inserimento nel “Programma Filiere”, un programma che offre prestiti a condizioni di vantaggio a realtà organizzate (es: un’azienda e i suoi conferitori)
  • piattaforme digitali per favorire l’incontro tra domanda e offerta
  • accordi specifici con associazioni di categoria (iniziative congiunte di comunicazione o di consulenze tecnico/finanziarie)
  • formazione finanziaria e manageriale degli imprenditori (programma Think Green con focus specifico sull’utilizzo dei fondi europei)

Unicredit – Coltiviamo il futuro

  • plafond di credito da 6 miliardi in 3 anni
  • Agribond, un finanziamento fino a 7 anni con garanzia Ismea a copertura delle prime perdite, tasso agevolato dall’1,5% e accesso concesso anche a imprese piccole-medie con un rating non particolarmente elevato
  • figure dedicate al settore
  • Agribusiness School: “scuola” di formazione (si stima di raggiungere 10 mila imprese entro il 2018) su competenze finanziarie di base, export (con organizzazione incontri B2B); innovazione tecnologica.
  • Promozione progetto “Value for Food” di Cisco e Penelope “Value for Food” per la tracciabilità della filiera (dal campo alla tavola) grazie all’utilizzo di sensori e piattaforme informatiche (si dovrebbe partire quest’anno con 20 aziende pilota).

Come si può vedere si tratta di programmi molto simili che non si basano solo sulla leva finanziaria, ma cercano di favorire la formazione e soprattutto l’aggregazione e l’innovazione delle aziende.

Ma da dove nasce tutto questo interesse per uno dei settori che fino a ieri era considerato la “Cenerentola” d’Italia? Semplice: dai numeri.

Diamone alcuni: la filiera agroalimentare contribuisce per oltre l’11% al valore aggiunto dell’economia italiana con un fatturato di 188 miliardi di euro (60 agricoltura), 1,4 milioni di occupati, 36,8 miliardi di euro di esportazioni.

Dati apparentemente confortanti che in realtà nascondono una serie di campanelli di allarme, soprattutto sul fronte export: in media le esportazioni assorbono in Italia il 18% della produzione, contro il 40% della Spagna, il 36% della Germania, il 35% della Francia. Abbiamo una quota di mercato nel mondo inferiore, oltre che ai tre competitor citati sopra, persino a Belgio e Paesi Bassi.

Questo significa che si può fare di più, molto di più. Il piatto è ghiotto, anzi ghiottissimo se consideriamo quanto già ripetuto in post precedenti: il mondo cresce, chiede più cibo, di migliore qualità e prodotto in maniera sostenibile. L’agroalimentare è uno dei settori più strategici dei prossimi decenni.

La domanda è: ne sapremo approfittare? Funzionerà il nuovo matrimonio tra banca e terra? Porterà dei frutti o si fermerà alla sterile fase degli annunci?

 

 

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