FoodTech nuova frontiera degli investimenti

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Qualcuno afferma che il cibo sia il nuovo petrolio e che la food innovation sia da considerare come l’internet degli albori: terra di pionieri, forse anche di sognatori, ad alto tasso di crescita.

Quel che è certo è che la cosiddetta FoodTech sia un settore relativamente giovane: solo nell’ultima manciata di anni si è venuto a creare un eco-sistema tecnologico (pensiamo ad internet, ai sensori, ai big data, alla nutraceutica) che consente di immaginare soluzioni innovative per temi tanto concreti quanto impellenti: dar da mangiare ad una popolazione che cresce, che chiede diete più ricche, senza poter consumare più terra, più acqua o più chimica. Il tutto mentre il clima cambia e il pianeta ci chiede di inquinare meno.

Ma è proprio questo il punto: dalle grandi sfide nascono grandi opportunità. Anche di business.

Non è un caso che nell’ombelico del mondo dell’innovazione, la Silicon Valley, gli investitori abbiano iniziato a scommettere con sempre maggiore convinzione sul matrimonio tra food e tech.

Se fino al 2010 gli investimenti tecnologici nel settore erano considerati trascurabili (circa 0,5 miliardi di dollari),  lo scorso anno sono stati investiti 4,6 miliardi di dollari sono negli Usa (6 miliardi a livello globale). E già nel 2014, secondo l’AgTech Investing Report, il settore aveva superato per numero di operazioni e valore degli investimenti i comparti FinTech (tecnologia finanziaria) e CleanTech (tecnologia pulita).

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Non basta: mentre un tempo gli investimenti erano per lo più confinati ai grandi players del settore e riguardavano essenzialmente due aspetti – biotecnologie e genetica sementiera –  ora sono entrati in campo nuovi attori, appartenenti anche a mondi distanti dall’agricoltura, come major della digital economy, ma anche fondi di private equity, business angels e ovviamente venture capital. Non mancano esperienze importanti legate al crowdfunding (raccolta di fondi dalla rete), come quello di AgFunder, piattaforma di investimento altamente selettiva (meno del 2% dei progetti vengono accettati e proposti agli investitori), che dal 2013 ad oggi ha già raccolto 32 milioni di dollari, consentendo la nascita di 14 nuove aziende.

Se ne è recentemente parlato a Seeds&Chips (Milano, 11-14 maggio), la kermesse dedicata alle start up agro, con importanti figure internazionali di investitori nel settore.

Ma quali sono i comparti dell’agrofood tech più promettenti?

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Come si vede in questa immagine l’e-commerce è il settore che va per la maggiore, seguito forse un po’ sorprendentemente dall’acqua. Di particolare rilevanza anche il comparto dei nuovi cibi (proteine alternative, nutraceutica), dell’urban e vertical farming e ovviamente dell’agricoltura di precisione.

Nei prossimi post racconterò alcune delle nuove esperienze, in particolare italiane.

Ma cosa possiamo dire del nostro Paese sul fronte degli investimenti? Purtroppo da noi non esiste una cultura del rischio. Mentre si continuano ad organizzare convegni celebrativi (o giù di lì) sull’Expo e sulla sua eredità (Carte, protocolli, futuri e molto ipotetici poli di ricerca, progetti con le scuole) i soldi veri per chi vuole innovare continuano a latitare. Gli investimenti, parola di Invitalia, attualmente sono semplicemente irrilevanti.

Cambierà qualcosa anche da noi o aspetteremo, come spesso accade, che le buone idee prodotte nel nostro Paese vengano poi accompagnate alla crescita dagli altri?

 

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