4 km all’anno di carte: così la burocrazia schiaccia l’agricoltura

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Da un lato la braciola, dall’altro il pollo: nel giorno in cui la Coldiretti protestava contro la crisi della carne italiana sotto lo slogan #bracioleallariscossa, un altro pezzo di agricoltura, quella rappresentata da Confagricoltura, Cia e Copagri, è scesa in piazza per denunciare lo stato di sofferenza di un settore schiacciato dal peso della burocrazia e dalla mancanza di reddito. “Siamo stanchi di farci spennare come polli” hanno gridato un migliaio di imprenditori nelle strade di Roma, Bologna e Catanzaro, indossando le vesti di pennuti maltrattati.

Ma che succede al primario italiano? Perché si protesta tanto? L’agricoltura non era (lo si è ripetuto per sei mesi durante Expo2015) il fiore all’occhiello della nostra economia, il settore anticrisi, il volano per l’export, il sogno professionale di tanti giovani?

Mah. La verità è che spesso si tende a confondere il primario con l’agroalimentare, che è invece la somma di agricoltura + alimentare. Se il secondo fattore (cibo) registra segnali molto incoraggianti, il primo, pur con esempi di eccellenza, arranca vistosamente.

I numeri della crisi in agricoltura

Dal 2000 ad oggi hanno chiuso in Italia oltre 310 mila imprese: nel decennio 2000-2010 il loro numero si è ridotto di un terzo, nel triennio 2010-2013 di un ulteriore 10%.
Anche la superficie agricola è scesa: negli ultimi 10 anni si sono “persi” quasi 700 mila ettari, un’area pari a poco meno di un milione di campi da calcio.

Non è solo questione di difficoltà: il settore sta attraversando una evoluzione strutturale. I piccoli chiudono, chi cresce – perché acquista, investe o si aggrega – riesce ad andare avanti (la dimensione media delle imprese è infatti aumentata).

I problemi in campo
Anche quelli che sopravvivono e crescono hanno però motivo di lamentarsi. Tra questi citiamo: burocrazia, ritardi nei pagamenti comunitari, prezzi all’origine non remunerativi. Su questi temi Confagricoltura, Cia e Copagri hanno redatto un documento di proposte. Le principali: accrescere i pagamenti accoppiati ai settori in crisi, ripensare il greening, semplificare gli strumenti di gestione del rischio, favorire una contrattazione più equa con la controparte industriale, applicare il principio di reciprocità negli scambi commerciali con l’estero, semplificare la burocrazia e i criteri per i piani di sviluppo rurali.

Il peso della burocrazia
Non è un problema solo agricolo, chiaro, però i numeri fanno effetto. Secondo le organizzazioni di settore, ogni anno un’azienda è costretta a produrre 4 km di materiale cartaceo per rispondere agli obblighi burocratici, perdendo così quasi 100 giornate di lavoro.

Il crollo dei prezzi in campo e la forbice con i prezzi al consumo
Chi acquista paga profumatamente, ma chi produce non ci guadagna un granché. In media, per ogni euro speso dal consumatore appena 15 centesimi vanno al contadino.

Qualche esempio (prezzi medi a marzo 2016):

LATTE:

  • Alla stalla: 0,33 euro/litro (-23% in due anni)
  • Al consumo: 1,70 euro/litro
  • Forbice: 515%

MELE

  • All’origine: 0,60 euro/Kg
  • Al consumo: 2 euro euro/Kg
  • Forbice: 333%

PERE

  • All’origine: 0,88 euro/Kg
  • Al consumo: 2,20
  • Forbice: 250%

KIWI

  • All’origine: 0,75 euro/Kg (-25% in un anno)
  • Al consumo: 2,50 euro/kg
  • Forbice: 333%

ARANCE

  • All’origine: 0,18 euro/Kg (-40% in un anno)
  • Al consumo: 2 euro/Kg
  • Forbice: 1111%

POMODORI (serra)

  • All’origine: 0,44 euro/Kg (-30% in un anno)
  • Al consumo: 2,30
  • Forbice: 523%

ZUCCHINE (serra)

  • All’origine: 0,47 euro/Kg (-50% in un anno)
  • Al consumo: 1,85
  • Forbice: 394%

MELANZANE (serra)

  • All’origine: 0,26 euro/Kg (-61% in un anno)
  • Al consumo: 1,90 euro/Kg
  • Forbice: 731%

LATTUGA

  • All’origine: 0,32 euro/Kg (-25% in un anno)
  • Al consumo: 1 euro/Kg
  • Forbice: 313%

 

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