L’Italia non è più un Paese per carnivori?

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La carne è cancerogena (l’ha detto in prima battuta, salvo poi fare marcia indietro l’OMS, l’organismo superiore della sanità). La carne è crudele. La carne fa invecchiare. La carne è cara. La carne fa male al pianeta (per produrre un kg di carne si consuma tantissima acqua ed energia).

Per quanto queste sentenze non corrispondano al vero (o meglio siano una estremizzazione) è indubbio che il rapporto tra italiani e carne e più in generale tra italiani e prodotti di origine animale (quindi anche latte, burro) sia profondamente cambiato negli ultimi anni. E le stalle ne stanno risentendo in maniera profonda.

Scrivo infatti questo post nel giorno in cui la Coldiretti, il sindacato che rappresenta i piccoli agricoltori, ha lanciato a Torino la “Giornata nazionale della carne italiana” sotto lo slogan #bracioleallariscossa. L’associazione agricola, come spesso fa, punta l’indice contro l’import di prodotti stranieri, incolpando il mercato dello stato di crisi attuale. Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: per la carne, come per la maggior parte dei prodotti “primari”, l’Italia non è autosufficiente. Oggi importiamo circa il 50% del nostro fabbisogno alimentare. E quasi tutta la carne che arriva da fuori ha un prezzo inferiore a quello nostrano. Questo è un dato di fatto oggettivo, poi possiamo stare a discutere sui perché (che sono essenzialmente di natura economica: crisi consumi, costi alti, guadagni all’osso, aiuti europei diminuiti) e su come arginare la situazione.

Torniamo però al rapporto tra italiani e carne: il trend di consumo è in caduta libera da almeno un decennio. Secondo l’ultimo rapporto Ismea nel 2015 gli acquisti sono calati circa del 6% (in valore) rispetto ad un 2014 già in discesa. Molto male in particolare per la carne bovina e per quella di maiale (ad eccezione dei prosciutti, che continuano a crescere), più o meno stazionarie invece le vendite di pollo e tacchino. Negativi anche i prodotti di origine animale come latte (-6% circa), formaggi e latticini (-3% circa). Siamo diventati tutti intolleranti al lattosio? È possibile, visto che l’unico comparto che viaggia a gonfie vele è quello dell’alta digeribilità.

Allora forse siamo più salutisti? Sicuramente siamo un po’ più attenti a quello che mettiamo nel piatto, ma molto fa il portafoglio. Basta un solo esempio: lo scorso anno le vendite in valore di pesce, frutta e ortaggi sono cresciute considerevolmente, ma in realtà le quantità acquistate sono rimaste le stesse o addirittura diminuite (soprattutto per la verdura).
La morale? La dieta sta certamente cambiando, speriamo non in peggio sotto la spinta del risparmio a tutti i costi. Risparmiare eccessivamente su ciò che si mette a tavola non fa bene a nessuno: né alla salute, né all’economia. Il cibo è prezioso, impariamo a rispettarlo e a dargli il giusto valore, magari anche riscoprendo il ricchissimo bagaglio di ricette della nostra tradizione.

PILLOLE

  • Il consumo di carne bovina è considerato indice di ricchezza di un Paese. Nel mondo la domanda è in forte aumento a causa delle richieste dei Paesi in via di sviluppo
  • Nel 2015 in Italia ogni italiano ha mangiato poco meno di 80 kg di carne; 40 anni fa ne consumava poco più di 35 kg.
  • Dagli anni ’80 in poi in Italia la carne suina ha superato quella bovina.
  • Il pollo è la carne anti-crisi, cresciuta negli ultimi anni sia in produzione che in consumo. E’ inoltre l’unica carne per la quale l’Italia è autosufficiente.
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