L’agricoltura del futuro (parte 1). Le fabbriche di cibo nel cielo, nella terra e nel mare.

Patate da coltivare su Marte, piante allevate dai robot, droni che monitorano i campi, bucce d’arancia che diventano carburante per le automobili, cibi prodotti in laboratorio o usciti direttamente dalla stampante. Sono solo alcune delle tante “notizie” (moltiplicatesi in epoca Expo) che circolano sulla stampa e sulla rete per descrivere le nuove frontiere dell’agricoltura del futuro.

Cosa c’è di reale in tutto questo, a parte i toni enfatici e sensazionalistici con cui certe sperimentazioni vengono presentate (e che fanno il paio con notizie di segno opposto che raccontano l’agricoltura con il metro dello scandalo o della nostalgia per il buon tempo andato)?

L’aspetto più veritiero della faccenda è che l’agricoltura, volente o nolente, sta attraversando una fase di profonda evoluzione a causa di spinte oggettive che vengono da fuori. Il clima, per prima cosa, la crescita demografica, la scarsità di nuova terra fertile e di acqua. In sintesi: la necessità di ottimizzare i fattori produttivi, dar da mangiare a tutti, limitare l’inquinamento e se possibile guadagnarci anche qualcosa. Se la passata rivoluzione verde è stata resa possibile dalla chimica, oggi la nuova rivoluzione verde dovrà basarsi sulla tecnologia. E i big del settore (ad esempio multinazionali sementiere), ma non solo (pensiamo a Google), si stanno dando da fare per raccogliere la sfida e le opportunità di sviluppo in campo.

Sul blog cercherò di inquadrare meglio l’argomento, focalizzandomi su singoli aspetti dell’innovazione, intanto vorrei iniziarvi a parlare di agricoltura fuori suolo, una delle frontiere sulle quali si stanno investendo maggiori risorse.

Agricoltura indoor

La prima domanda è: perché? Come dicevo sopra, la terra fertile a nostra disposizione è sempre meno, è sempre più cara, contesa e in alcuni casi è sovra-sfruttata e quindi meno produttiva. C’è poi da considerare il fatto che sempre più persone vivono e vivranno in grandi agglomerati urbani, per cui avvicinare la campagna in città ha una valenza ecologica.

Un po’ di storia

L’idea di spostare le coltivazioni negli edifici non è nuova. Il termine vertical farming fu coniato nel 1915 da Gilbert Ellis Bailey ed il primo esempio di fattoria verticale risale agli anni ’50, quando in Armenia fu costruita una torre idroponica. L’esordio mondiale avvenne nel 1964 alla Vienna International Horticulture Exhibition, dove fu presentata una torre di vetro adibita alla coltivazione di fiori.

È però a partire dagli anni ’90 che inizia a prendere piede una corrente di pensiero che vede in una nuova agricoltura cittadina e ipertecnologica la soluzione al problema della sostenibilità alimentare. Nel 1992 l’architetto Ken Yeang ideò una costruzione multipiano – Grattacielo Bioclimatico – capace di integrare, grazie a grandi vetrate e unificazione della climatizzazione, appartamenti e colture. Da lì prende le mosse l’attuale movimento delle Vertical Farm, guidato da Dickson Despommier, professore della Columbia University.

Alcuni esempi

Un paio di anni fa la cittadina svedese di Linkoping è salita agli onori della cronaca per il grattacielo Plantagon, un gigante da 54 metri di altezza riconvertito alla produzione di insalate, spinaci, sedano, senape e ortaggi. Come funziona? Ai piani alti dovrebbero risiedere le piante seminate che verrebbero poi spostate verso il basso in funzione del loro grado di maturazione, fino a toccare terra nel momento della vendita. La produttività, giurano, è altissima: fino a 300 kg di raccolto per mq. Così il grattacielo svedese a forma di “vela” – per catturare meglio la luce solare – potrebbe assicurare una produzione sufficiente a sfamare 350 mila persone.

Oltre al Paese scandinavo, stanno spuntando in più parti del mondo – Usa, Cina, Corea, Giappone, Olanda – analoghi progetti. Tra questi citiamo Farmed Here, mega fattoria verticale di tre piani, sorta nei sobborghi di Chicago in un ex magazzino di 27 mila mq. Attualmente produce ortaggi e dovrebbe dare lavoro a 200 addetti. Sempre negli Usa, più precisamente a Buffalo, troviamo Green Spirit Farms edificio agricolo che contiene 17 milioni di piantine di lattuga, spinaci, fragole, peperoni, basilico.  A Newark, nel New Jersey, è nata invece Aero Farms una delle fattorie più grandi del mondo ricavata da una fabbrica dismessa di oltre 21mila mq. In Giappone è in funzione Nuvege, vertical farm realizzata in un ex edificio industriale, capace di produrre 10 mila cespi di lattuga al giorno, abbattendo gli sprechi e l’uso di acqua. Le piante vengono infatti allevate da 17mila luci a led e abbeverate da acqua che viene continuamente riciclata.

Sempre dal Giappone arriva la Vegetable Factory, la prima serra automatizzata (sempre per la produzione di lattuga) del mondo. 3500 mq, illuminati da LED, gestiti (quasi) interamente dai robot, che seguiranno ogni fase della crescita della pianta, ad eccezione della semina. I nuovi lavoratori dovrebbero aiutare ad abbassare i costi produttivi. La serra dovrebbe entrare in funzione a metà del prossimo anno.

Non nel cielo, ma nel suolo

Ma non ci sono solo grattacieli o ex edifici industriali riconvertiti a fabbriche del cibo: a Londra, a 33 metri di profondità, è nata la prima azienda agricola sotterranea, la Growing Underground. Le serre sono state ricavate all’interno di vecchi rifugi antiaerei, dove la temperatura resta costante a 16 gradi, consentendo di coltivare una vasta gamma di vegetali in ogni stagione dell’anno. Anche qui il processo produttivo è basato sull’idroponica e su un complesso sistema di luci a LED. I prodotti vengono distribuiti a km quasi zero, servendo la capitale britannica e i suoi dintorni.

Non nel cielo, non nel suolo, ma nel mare

Finalmente arriviamo in Italia e lo facciamo con una storia dal sapore quasi fantascientifico. Il Nemo’s Garden, il Giardino di Nemo (26 tipi di piante diverse), cresce in Liguria, davanti alle coste di Noli, nel savonese, a 8 metri sotto la superficie dell’acqua e a un centinaio di metri dalla costa. Il progetto, presentato anche ad Expo, è nato dall’idea di Sergio Gamberini, ingegnere ed esperto subacqueo, che ha visto nel mare come luogo ideale per produrre cibo. Perché? Temperatura costante ed elevata (26°), alta umidità (83%), assenza di parassiti e insetti. Il giardino è costituito da biosfere (sfere in plastica trasparenti) ancorate al fondale e contenenti aria, monitorate da una torre di controllo.

Il principio comune

Sicuramente ho dimenticato qualche esempio o progetto, ma in fin dei conti il principio su cui si basano queste imprese è il medesimo: coltivazione idroponica (essenzialmente senza suolo; la pianta viene irrigata con una soluzione nutritiva composta da acqua e sali minerali che, non filtrando nel terreno, rientra in un circuito chiuso per un successivo riutilizzo consentendo ricircolo e risparmio), ambiente chiuso e protetto, quindi al riparo quasi del tutto da parassiti e insetti e da sbalzi termici, illuminazione artificiale. Il limite? Per ora, senza dubbio, il costo, pur considerando la resa assicurata e l’abbattimento di sprechi e trattamenti. Secondo l’Accademia dei Georgofili l’idea è senza dubbio affascinante ma non del tutto sostenibile. L’agricoltura convenzionale resta, ad oggi, il modo più efficiente per produrre cibo.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Dario Ciaccio ha detto:

    Che dire, la realtà è sicuramente quella che hai descritto: la popolazione sempre crescente dovrà pur essere nutrirsi in qualche modo. Tuttavia mi vengono i brividi penso che mangerò anche solo per un anno insalata che non sa di nulla. Qualche volta ho avuto la sfortuna di incappare in pomodori fabbricati industrialmente in idroponica made in Olanda: il sapore è quello del cartone. Al solito, quando si fanno questi discorsi si cerca di pensare a tutti e sicuramente ci si dimentica delle cose di valore!! Vogliamo il gusto nella vita, non il sapone!!

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  2. Federica ha detto:

    Ciao Dario, grazie per il commento. Hai toccato un tasto delicato, sicuramente non marginale: non possiamo dimenticarci del gusto, la tavola è e deve rimanere un piacere! Anche questa sarà una sfida da affrontare, insieme a quella di dar da mangiare a tutti con meno risorse a disposizione.
    Ps: comunque già oggi molta dell’insalata che consumiamo è coltivata in serra.

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